I compiti a casa: sono utili?
Dopo 6-8 ore di scuola i ragazzi arrivano a casa e hanno tavole di arte che nemmeno Van Gogh eseguirebbe in un paio d’ore. Pagine di operazioni con la prova che sembrano una ricca tombola, un mare di esercizi con ce-ci, ghe-ghi, sce-sci, accompagnati dal fiume di verbi irregolari. Un mazzetto di climi da studiare, la storia dei Romani e il Parlamento Europeo a condire il tutto.
Tanta roba, sicuramente!
Ma…giusto per chiarire il mio punto di vista: non è troppo! Apprendere un concetto, una regola di grammatica, affinare la capacità di esporre quanto appreso necessita di esercizio. Senza questo esercizio non si impara, a scuola come nella vita.
Quale equilibrio?
Ma le famiglie sono affaticate.
Seguire lo studio dei ragazzi si aggiunge alla già articolata quotidianità fatta di mille cose. Cose non più importanti che seguire i figli nello studio, ma necessarie alla sussistenza della famiglia. Parlo del lavoro, del procacciare e preparare il cibo, del provvedere a mantenere la casa decorosa e sufficientemente pulita, eccetera eccetera…
Quindi alla sera, o nel fine settimana, i genitori vorrebbero passare piacevolmente il tempo in famiglia. Senza rimanere ore e ore a battagliare col figlio scontrandosi su un quaderno con le orecchie.
Giustissimo!
Lo comprendo, e condivido il pensiero che non si possa arrivare stremati all’alba di una nuova settimana.
Per questo motivo sempre più famiglie chiedono il supporto di un esperto per aiutare i propri figli nell’organizzare lo studio o fare i compiti.
Perché far aiutare tuo figlio da una pedagogista?
Culturalmente ci si rivolge a un laureato in lettere se si ha bisogno per italiano e a un laureato in matematica o affini se il cruccio sono i numeri.
La scelta migliore, invece, è rivolgersi a una pedagogista perché soprattutto fino alla fine della scuola secondaria di primo grado (vedi LE MEDIE) fare i compiti non veicola solamente informazioni.
Sì, si apprendono nozioni di tante materie. Ma, dai 6 fino ai 15-16 anni, ciò che più importa è acquisire le basi per la letto-scrittura, i calcoli, ma anche le basi di ragionamento, di metodo di studio e di piacere nel conoscere e scoprire cose nuove.
I bambini, anzi gli esseri umani, hanno la naturale curiosità di scoprire, di sapere, e lo fanno sempre con la meraviglia negli occhi.
Man mano che si cresce questo entusiasmo per il nuovo è stemperato, oserei dire fortemente stemperato, dall’aspetto normativo dell’apprendere. Apprendere che forse è troppo spesso orientato alla prestazione più che alla gioia di conoscere.
Una pedagogista, che vanti anche chiaramente un’ottima cultura di base, è la persona più indicata per coniugare alle nozioni da apprendere il giusto approccio del ragazzo.
Un bambino che esce da casa e va a fare i compiti da una persona esterna, molto spesso estranea, solitamente non è felice. Un altro eufemismo che racchiude un sentimento di incertezza, un filo d’ansia, la sensazione di non essere capace e l’auspicio che questo non li svaluti agli occhi degli amici.
Rispondo già alla giusta obiezione che questo non deve succedere, che non c’è nulla di male nell’essere aiutati. E dico anche che, prima di scagliarsi contro il mondo che dovrebbe essere diverso, bisogna innanzitutto tutelare il ragazzo che si ha davanti e fortificarlo. Questo è già cambiare il mondo!
Il mio approccio
Quindi: il mio approccio da pedagogista nel sostenere i ragazzi nello studio e nei compiti è quello di prestare attenzione ai bisogni del ragazzo e al suo temperamento. Affrontare argomenti ed esercizi affinché la sensazione finale, quando si chiudono i libri e si ripone la matita, sia la soddisfazione del ragazzo.
Magari, condita con un po’ di stanchezza, ma anche soddisfazione e leggerezza. L’unico requisito richiesto allo studente è l’impegno. Il connubio tra impegno, stanchezza (segno distintivo del sacrificio reso) e soddisfazione sono il sigillo di uno studio ben riuscito che forse porterà a una buona prestazione, ma di sicuro avrà nutrito l’autostima!


